Protezionismo a perdere

La Cina applicherà per almeno un biennio dazi compresi fra il 2,5 e il 21,5 sui prezzi delle auto di grossa cilindrata prodotte negli Stati Uniti. Secondo Pechino, infatti, le vetture made in Usa fruiscono di sovvenzioni statali e sono vendute sotto costo con una politica di dumping. Si tratta in realtà di una rappresaglia rispetto ai dazi introdotti dall’America e applicati all’acciaio proveniente dalla Cina, giustificati tra l’altro da argomentazioni analoghe a quelle usate dalla potenza asiatica.
22 AGO 20
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La Cina applicherà per almeno un biennio dazi compresi fra il 2,5 e il 21,5 sui prezzi delle auto di grossa cilindrata prodotte negli Stati Uniti. Secondo Pechino, infatti, le vetture made in Usa fruiscono di sovvenzioni statali e sono vendute sotto costo con una politica di dumping. Si tratta in realtà di una rappresaglia rispetto ai dazi introdotti dall’America e applicati all’acciaio proveniente dalla Cina, giustificati tra l’altro da argomentazioni analoghe a quelle usate dalla potenza asiatica.

Con questa mossa cinese, la guerra fra i protezionismi ha fatto un salto di qualità rispetto alla precedente situazione in cui Pechino aveva imposto un dazio sul pollame statunitense a fronte di divieti di importazione americani per i pneumatici provenienti dalla Cina, giustificati con ragioni di sicurezza. Paradossalmente fra le imprese più colpite dalla rappresaglia cinese vi saranno le tedesche Bmw e Mercedes e la giapponese Honda, che esportano in Cina le loro auto fabbricate negli Stati Uniti. Ovviamente entrambi i governi in questi mesi sono ricorsi al Wto (Organizzazione mondiale del commercio) per difendere le proprie ragioni e accusare il rispettivo partner.

E’ l’ennesima dimostrazione del fatto che molti stati, durante la crisi, tendono ad adottare politiche con effetti distorsivi per il commercio internazionale. Non ci sono solo i classici dazi doganali: vanno considerati anche il persistente controllo dei cambi da parte di Pechino per tenere basso lo yuan, oppure gli incentivi occidentali a favore dell’industria dell’auto, come anche i salvataggi bancari. Ma a maggior ragione oggi che si profila un rallentamento generalizzato della crescita mondiale, costituisce un grave errore aprire una nuova fase di protezionismo, anche con riferimenti pretestuosi a presunti “precedenti”, per frenare la competizione fra le imprese che hanno utilizzato la crisi per realizzare i miglioramenti strutturali e imprese che, invece, hanno usufruito di sostegni pubblici soprattutto per sopravvivere.
Ieri il direttore generale del Wto, Pascal Lamy, ha aperto sulla scorta di queste notizie l’ottava riunione ministeriale del Wto, stimando in 800 miliardi di dollari le perdite di ricchezza dovute al protezionismo. La prova concreta che da una lunga serie di rappresaglie avremo tutti da perderci.